Lello Petrarca e la fatica di essere musicisti oggi
 







Rosario Ruggiero




Pubblicata da “Dodicilune” e già presentata a Napoli ed a Caserta, “Musical Stories” è un’incisione discografica che ha protagonisti Vincenzo Faraldo al contrabbasso, Aldo Fucile alla batteria e, soprattutto, Lello Petrarca, in qualità di pianista ed autore di otto dei nove brani eseguiti. Un disco di gradevole ascolto dove si passa da pagine di spiccata accentuazione ritmica a composizioni di ben più marcata attenzione melodica, una garbata atmosfera jazzistica che ama anche attingere da altri generi musicali in un abbraccio estetico che non si pone confini. E allora le inconfondibili note di “Roma nun fa’ la stupida stasera” scritte da Armando Trovajoli, ma pure del notturno in mi bemolle op. 9 n. 2 di Fryderyk Chopin, di “La fille aux cheveux de lin” di Claude Debussy, della melodia del Tema con variazioni op. 58 di Giuseppe Martucci e di “And I love her” di Paul McCartney. «Un tributo al pianismo mondiale nelle sue più varie espressioni –dichiara l’autore – Una registrazione che, per gli stili affrontati, direi quasi autobiografica».
Sì, perché la preparazione musicale di Lello Petrarca, per quanto giovane musicista, è già lunga e poliedrica. Iniziata, infatti, alla tenera età di tre anni attraverso gli stimoli e gli insegnamenti del nonno trombettista, quattro anni dopo si indirizzata principalmente al pianoforte, in ogni sua espressione, dalla musica leggera alla severità delle pagine di Johann Sebastian Bach, fino al jazz. Studi che hanno portato Lello Petrarca al completamento accademico del corso di Pianoforte al conservatorio “Lorenzo Perosi” di Campobasso, senza impedirgli di acquisire al tempo stesso anche le capacità di batterista, trombettista, chitarrista, bassista, compositore ed arrangiatore.
Numerose, quindi, le collaborazioni con valenti colleghi come Daniele Sepe, Enrico Del Gaudio, Pietro Condorelli o Giovanni Amato, fino a Marcus Stockhausen, figlio del noto compositore Karlheiz. Non ultima unaparticolarissima incisione discografica dove, da solo, realizzava tutte le parti strumentali che accompagnavano di volta in volta la voce cantante.
Una persona, quindi, per età, competenza ed attività svolta, più che congrua per cercare di capire la condizione odierna di un giovane musicista in Italia. «Quella del musicista è una figura, storicamente, ma forse mai come in questi giorni, abbastanza maltrattata – ci dice – E quando si dichiara la propria attività, non è assolutamente raro sentire poi aggiungere “sì, ma oltre a ciò, per vivere, che fai?”, ad evidenziare la concezione ludica e di sostanziale futilità che si ha della pratica musicale. D’altronde anche un grande concertista come Aldo Ciccolini, autentica leggenda vivente del pianismo mondiale nel corso di una eccezionale carriera lunga oltre settanta anni, napoletano, ma naturalizzato francese per espressa richiesta della ministro della cultura francese che lo voleva insegnante al conservatorio di Parigi, ebbe una voltaamaramente a dire, circa l’Italia, “un ambiente che oramai è in declino dove la musica, che  ritengo sia un insieme di progresso, civiltà e spiritualità, viene considerata un hobby non una professione”».
Questo pure se si sanno suonare più strumenti e ci si riesce a muovere con una certa disinvoltura nei vari generi?
«Dal punto di vista della passione, la positività della scelta di far musica è inossidabile. La situazione resta però, purtroppo, difficile dal punto di vista professionale specialmente per un genere, come il jazz, che è il mio precipuo per vocazione. Certo una soluzione si può anche trovare a patto di sapersi vendere, o forse sarebbe meglio dire “svendersi”. Tutelare invece il proprio credo artistico si dimostra quasi sempre assai difficile e penoso, ma, per quanto mi riguarda, fortunatamente, a compensare ciò, nel più profondo dell’anima, resterà sempre la soddisfazione della propria dignità d’artista».

 









   
 



 
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