Violenze e sfruttamento per l’olio di palma durante il picco dell’emergenza Ebola
 











Ebola? Il rischio concreto di morire per il contagio? Meno importante degli affari. Meno urgente dei contratti da far firmare. È quanto emerge da una durissima, dettagliata denuncia dell’Ong Global Witness sul comportamento di una compagnia indonesiana (finanziata anche da importanti banche americane come Citigroup ) che produce olio di palma.
Nella continua ricerca di terre in cui piantare alberi per la produzione dell’olio low cost (onnipresente nei prodotti dolciari, anche italiani, dai biscotti alla cioccolata), la  Golden Veroleum è sbarcata infatti in Liberia, in Africa occidentale. Lì oggi possiede 600 chilometri quadrati di terra per 98 anni. Un’area grande come Londra e Barcellona insieme, dove l’avanzata delle palme sta mettendo a rischio la sussistenza di circa 41mila persone. 
A rischio, perché le promesse di ricchezza, lavoro, educazione e sviluppo portante dal gigante indonesiano - come spesso accade parlando di landgrabbing  - sarebbero ad oggi rimaste sulla carta. 
Mentre quello che si è verificato, come riportano le testimonianze raccolte fa Global Witness, sono violenze su chi si opponeva ai progetti, sgomberi forzati dei presidi dei lavoratori, e minacce agli ambientalisti. «I funzionari ci hanno detto che la nostra terra non era abbastanza buona, per cui non ci hanno dato lavoro», racconta un ragazzo. «Quando ci hanno radunati per firmare i contratti di cessione delle terre del villaggio, c’era la polizia intorno», ricorda un altro.
Radunati, appunto, interi villaggio raccolti per convincerli a firmare in fretta i contratti proposti dalla compagnia sulla gestione futura delle terre. E qui è il punto forse più inquietante del resoconto. Perché le operazioni della Golden Veroleum sarebbero accelerate proprio durante l’esplosione del contagio che ha causato più di 10mila morti in Africa , 4.806 solo in Liberia. 
Fra l’agosto e l’ottobre del 2014, quando Ebola era almassimo, rivelandosi più virulenta di sempre, la Golden Veroleum ha raddoppiato i propri possedimenti, chiamando a raccolta interi villaggi e così ottenendo altri 134 chilometri di terra, oltre ai 166 presi fino ad allora. 
La società ha risposto alle domande dell’ong dicendo che quelle operazioni del 2014 erano parte di una «strategia di lungo termine», ma secondo Global Witness: «La compagnia ha tenuto riunioni con centinaia di persone, incoraggiando cittadini analfabeti a cedere i loro diritti di possesso, mentre i gruppi di supporto e gli attivisti stavano a casa per il rischio di contagio».
 «È inaccettabile che la salute di decine di migliaia di persone sia considerata inferiore a un contratto di investimento», dice Jonathan Gant, che segue la campagna: «Lo sviluppo non è sviluppo se significa derubare i cittadini più poveri di un paese della loro terra. Se i liberiani possono beneficiare dall’olio di palma devono essere liberi di scegliere a favore o contro lostesso, e avere informazioni che li aiutino a negoziare i loro diritti. Fino a quel momento, il governo dovrebbe fermare la Golden Veroleum dall’espandersi ancora, dando un precedente alle altre compagnie estere che vogliono arricchirsi sulla natura del paese».
Le risposte della società si possono trovare online . Ma resta un riflesso, che arriva fino alle nostre coste, agli sbarchi continui di questi giorni. Quella povertà creata, quanto spingerà i residenti ad andarsene. Francesca Sironi,l’espresso









   
 



 
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