Morire di disoccupazione.
 











Diversi studi condotti in passato a livello nazionale o in una determinata regione del mondo hanno dimostrato che il timore di perdere il lavoro o una condizione di disoccupazione prolungata nel tempo possono rappresentare una minaccia per la salute e il benessere mentale, sia del diretto interessato, che della sua famiglia. La crisi economica del 2008 e le conseguenti politiche di austerità imposte a vari Paesi europei hanno prepotentemente riacceso il dibattito su questo argomento.  Anche per questo è stato accolto con grande interesse uno studio dell’Università di Zurigo pubblicato su Lancet Psychiatry, che è anche il primo ad aver tracciato un quadro completo della situazione, attraverso la raccolta dei dati provenienti da quattro regioni del mondo, nel periodo compreso tra il 2000 e il 2011.
Ogni anno sono quasi un milione le persone che si tolgono la vita in tutto il mondo e in media un caso di suicidio su cinque è associato alladisoccupazione. Per cercare di capire quanti di questi suicidi possano essere ricondotti alla disoccupazione, gli autori di questa ricerca sono andati ad esaminare i dati relativi a 63 nazioni, in quattro regioni del mondo: nord e sud America, Europa del nord e occidentale, Europa del sud e dell’est, altri Paesi non appartenenti all’Europa, né alle Americhe. Non sono stati raccolti dati relativi a India e Cina e mancano quasi del tutto quelli pertinenti al continente africano.
“Ogni anno, all’incirca un caso di suicidio su cinque è legato alla disoccupazione. Nonostante le ovvie differenze tra le diverse nazioni  – spiega Carlos Nordt, sociologo Ospedale Psichiatrico dell’Università di Zurigo  - abbiamo riscontrato  significativa somiglianza nell’associazione tra disoccupazione e tassi di suicidio in tutte le regioni del mondo. Ad essere interessati sono entrambi i sessi e tutte le fasce d’età. Dopo l’anno della grande crisi, il 2008, nel breve termine sono statiregistrati circa 5.000 casi di suicidio in eccesso, tra quelli legati alla disoccupazione. Quello che non era ancora noto però – prosegue Nordt – è che nel 2009 i suicidi associati alla disoccupazione sono stati oltre 46.000. La disoccupazione in tutte le regioni del mondo considerate in questo studio, è  risultata associata ad un aumento del 20-30% del rischio relativo di suicidio”.
L’impatto della disoccupazione sul numero di suicidi è stato maggiore nelle nazioni con un basso tasso di disoccupazione pre-crisi, più che in quelle dove il problema era già molto sentito. Significativo anche il fatto che l’impennata del numero di suicidi abbia ha preceduto la crisi del mercato di lavoro e l’aumento della disoccupazione di circa sei mesi. Ciò significa che anche l’incertezza relativa all’evoluzione della situazione economica, ha il suo peso. Una pressione crescente sul posto di lavoro, come accade nel corso delle ristrutturazioni, può portare ad un clima che favorisce il fenomenosuicidi. “In queste contingenze – commenta lo psichiatra Wolfram Kawohl, autore senior dello studio – è fondamentale investire nel training di specialisti, quali quelli del dipartimento risorse umane, per portare al tempestivo riconoscimento di campanelli d’allarme circa un aumentato rischio di suicidio, sia sul posto di lavoro, che all’esterno e aiutare dunque le persone a gestire questi problemi”.
E’ importante anche comprendere che i problemi causati dalla disoccupazione hanno un impatto non solo sui diretti interessati, ma possono riguardare anche gli over 65, cioè le persone già uscite dal mercato del lavoro. “Le paure diffuse tra la gente in un contesto di profondi cambiamenti economici – conclude Nordt -dovrebbero essere prese seriamente in considerazione, per mettere a punto adeguati interventi di prevenzione dei suicidi”.
“L’Organizzazione Mondiale della Sanità – scrivono in un articolo di commento Roger T Webb e Navneet Kapur del Centre for Mental Health and Risk,Università di Manchester  – ha stimato che nel 2012 si siano tolte la vita nel mondo circa 804.000 persone. Negli USA si sono verificati oltre 900 suicidi a cavallo degli anni 1981-82. Questi anni, i primi dell’amministrazione Reagan, sono stati contraddistinti da una rapida impennata degli esuberi che ha portato in breve il tasso nazionale di disoccupazione ai più alti livelli della storia, dall’era della Grande Depressione, tra le due guerre. Più di recente, abbiamo avuto modo di osservare gli effetti negativi della crisi economica del 2008. Le regioni della Gran Bretagna con i più alti tassi di disoccupazione sono state anche quelle che hanno registrato il maggior aumento dei suicidi, soprattutto tra la popolazione maschile.
“Ma il numero dei problemi legati alla recessione economica – ammoniscono gli autori dell’editoriale – rischia di essere grandemente sottostimato se ci si ferma a considerare solo i suicidi legati alla disoccupazione. In questi momenti difficili anchechi il posto di lavoro ancora lo mantiene infatti, può subire stress psicologici pesanti, legati ad una riduzione del guadagno, all’incertezza lavorativa, ai debiti, all’impossibilità di pagare un mutuo, alla bancarotta. La Trussell Trust, una charity inglese che organizza le food bank, sorte un po’ ovunque in Gran Bretagna negli ultimi anni, riferisce che nel 2014 c’è stato un sensibile aumento di domanda dei loro servizi, nonostante, almeno sulla carta, la Gran Bretagna sia formalmente in ripresa economica. Sempre stando ai dati della Trust, il motivo principale per cui la gente si rivolge alle loro ‘mense’ sono gli stipendi troppo bassi.
E al di là del dramma dei suicidi – concludono gli autori dell’editoriale – che rappresentano sono la punta del’iceberg dei disagi inerenti alle difficoltà lavorative o alla disoccupazione, è necessario arrivare a conoscere in maniera più approfondita le manifestazione psicosociali dei periodi di difficoltà economica, compresi i tentativi disuicidio, i problemi legati allo stress e all’ansia, la depressione, la perdita della speranza, i problemi legati all’alcol, la rabbia, i conflitti familiari e la rottura delle relazioni. Allo stesso tempo  sarà importante studiare il come e il perché alcuni individui riescano a passare indenni attraverso periodi di gravi difficoltà economiche, senza ripercussioni sulla loro sfera psichica e sul loro benessere in generale”.Maria Rita Montebelli-q.s.-









   
 



 
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