Foggia, contro i clan il Comune non va a processo
 











A Foggia la lotta alla mafia istituzionale fa dieci passi indietro. Il Comune infatti ha deciso di non costituirsi parte civile nel processo iniziato ormai il mese scorso alla “Società foggiana”, un’organizzazione feroce e affaristica allo stesso tempo. Una grande famiglia criminale composta da una testa, un vertice, e da tante batterie per quartiere. Da troppo tempo sottovalutata, e proprio per questo cresciuta a dismisura.
Ma a tenere banco è la polemica tra l’associazione antiracket guidata da Tano Grasso (parte civile nel dibattimento in corso insieme alla camera di commercio e all’associazione capitano Ultimo), e il sindaco di centro destra Franco Landella. Già, perché mentre a Roma, contro mafia capitale, a Palermo, contro Cosa nostra, a Reggio Calabria, in Lombardia, in Piemonte, in Liguria e in Emilia contro la ’ndrangheta, ormai è prassi che i municipi si costituiscano parte civile nei processi di mafia, nella città pugliese l’antimafiaistituzionale perde una grande occasione.
La mancata presenza al maxi processo è un pessimo messaggio agli imprenditori vittime della cosca foggiana e ai cittadini. Così almeno la vede il presidente dall’associazione antiracket Grasso, che a “l’Espresso” dichiara: «Tale processo è il più importante procedimento penale degli ultimi anni per associazione mafiosa che riguardi la città di Foggia. Un assessore, nel giustificarsi, ha dichiarato che il Comune non era parte lesa in tale procedimento. Si tratta di una grave inesattezza: per definizione una comunità è sempre parte offesa allorchè l’autorità giudiziaria persegue un’associazione mafiosa; il Comune in quanto rappresentante della comunità ha il dovere di intervenire nel processo per la tutela degli interessi della comunità ed in suo nome rivendicare il risarcimento dei danni».
Il primo cittadino Landella si è difeso dagli attacchi giustificando l’assenza con non meglio precisati ritardi burocratici dovuti alla mancatacomunicazione dell’inizio del processo e alla lentezza nella risposta da parte degli uffici preposti a predisporre la documentazione necessaria. Insomma, per sindaco e assessori si è trattato solo di un disguido tecnico.
«Troviamo per nulla convincente la spiegazione addebitabile al cosiddetto “disguido temporale”. E’ bene richiamare l’ampia disponibilità di tempo avuta: l’udienza preliminare nel corso della quale si è costituita parte civile la Fai e la Camera di Commercio si è tenuta il 25 marzo e, tra l’altro, molto annunciata sui media locali; il 25 maggio ha avuto inizio il processo con il rito abbreviato, scelto in prevalenza dai boss imputati; il 14 settembre, infine, quello con il rito ordinario. C’era tutto il tempo per intervenire nel procedimento!», replica Grasso, che aggiunge: «Così avviene pacificamente in ogni parte d’Italia sin dal 10 febbraio 1986 quando per la prima volta il Comune di Palermo si è costituito parte civile nel maxi processo di Falcone e Borsellino.Inoltre, l’intervento nel procedimento penale del Comune assume un rilevante significato politico: è un segnale per i criminali e allo stesso tempo un segnale per la comunità che si amministra. Vedendo gli avvocati del Comune nel processo, seduti accanto alla pubblica accusa e alle altre parti civili, i criminali capiscono che contro di loro è schierata in maniera inequivocabile la comunità contro cui hanno compiuto i loro delitti».
C’è da dire, poi, che il Comune non è il solo a non essersi costituito contro la “Società”, delle 36 parti offese infatti, neppure una ha deciso di chiedere i danni ai boss. Segno che il lavoro da fare è ancora molto. E che la paura è diffusa. Come, del resto, accadeva molti anni fa nei feudi delle tre grandi organizzazioni mafiose del Paese.  Giovanni Tizian,l’espresso









   
 



 
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