Nucleare: i miliardi, i ritardi e i misteri della società dei rifiuti radioattivi
 











Tutte le sue opere sono in un grave ritardo che costa caro ai cittadini. Con queste credenziali, ora, deve presentare il progetto più delicato del secolo: il deposito nazionale per i rifiuti nucleari e radioattivi. Se ne parla da anni e tutti l’aspettano. E’ questione di poche settimane e la Sogin, l’azienda di Stato incaricata di smantellare le nostre vecchie centrali nucleari, renderà pubblica la “Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee”, ovvero la lista dei siti adatti ad ospitare il deposito. La pubblicazione della carta segnerà l’inizio di un dibattito pubblico che coinvolgerà decine di sindaci, amministrazioni locali e milioni di cittadini che risiedono nelle aree individuate.
Da questo processo di dialogo emergerà il sito in cui costruire il deposito. Ma il rischio è che, non appena la lista delle aree idonee sarà pubblica, esploda una protesta sociale che potrebbe coinvolgere le tante aree presenti nella carta e non un solocomune, come accadde nel 2003, quando il governo Berlusconi, con una scelta tutta dall’alto, selezionò un piccolo centro della Basilicata, Scanzano Jonico, come la zona adatta a costruire il deposito.
Ce la farà Sogin, stavolta? Riuscirà ad arrivare alla costruzione del deposito con un processo trasparente e condiviso? In attesa dell’ “ora X”, quando la lista delle aree idonee verrà rivelata, “l’Espresso” ha analizzato la situazione della società.
LA SVOLTA
Tanti avevano sperato in un nuovo corso all’insegna dell’efficienza e della pulizia, dopo che nel settembre 2013 un nuovo vertice si era insediato alla Sogin e quello precedente, guidato dall’ex amministratore delegato, Giuseppe Nucci, nel maggio 2014, era finito travolto dall’inchiesta della procura di Milano sulla cricca dell’Expo.
«Nel 2013, a settembre-ottobre, noi abbiamo preso in mano una società che era sostanzialmente ferma», ha raccontato l’attuale ad, Riccardo Casale, in un’audizione delnovembre 2014 davanti alla Commissione Industria del Senato, guidata da Massimo Mucchetti. Proprio in quell’occasione, però, il manager ha ammesso, tra vuoti di memoria e imprecisioni, la difficoltà di sganciarsi dallo stato di paralisi ereditato, perché dopo aver ridotto drasticamente nel dicembre 2013 le attività di smantellamento (decommissioning) previste per il quadriennio 2014-2017, la nuova gestione si è trovata a fare un nuovo taglio drastico delle attività appena 10 mesi dopo: a ottobre 2014.
Ridurre le attività di smantellamento previste nel quadriennio significa ritardare le operazioni di smontaggio degli impianti nucleari, ma ogni slittamento costa caro al contribuente italiano, perché Tale processo è finanziato dalla componente A2 delle nostre bollette. Per ogni anno in più che le vecchie centrali atomiche rimangono al loro posto, il conto è salatissimo: solo garantirne la semplice sicurezza richiede settanta milioni di euro all’anno.
Non a caso, subito dopol’audizione in Commissione industria, il presidente Mucchetti ha scritto una lettera al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. «Se si sommano i tagli del dicembre 2013 con quelli dell’ottobre 2014», scrive Massimo Mucchetti, «la riduzione di attività di decommissioning sul quadriennio 2014-2017 ammonta a ben 250 milioni di euro. Queste notizie contrastano radicalmente con il quadro ottimistico tracciato in precedenza dall’amministratore delegato». Nella lettera a Padoan, Mucchetti arriva a stimare che un semplice ritardo di quattordici mesi nello smantellamento dei siti nucleari «comporta un costo aggiuntivo di circa 150 milioni che viene automaticamente scaricato sulla bolletta elettrica», tanto che il senatore arriva a chiedere al governo «rapide e incisive iniziative per assicurare alla Sogin una gestione in grado di recuperare i ritardi».
Sei mesi dopo la lettera, di iniziative rapide e incisive per cambiare la situazione non se ne vede traccia e quanto la svolta neldecommissioning sia lontana è fotografato da un dato contenuto in una delibera dello scorso 30 aprile dell’ “Autorità per l’energia elettrica e il gas” e in cui si mette nero su bianco uno slittamento di sei anni per lo smantellamento della centrale di Trino, cinque anni di ritardo anche per Caorso e ben sette per Saluggia. Ritardi che allarmano anche i sindaci e le amministrazioni locali che hanno sul loro territorio gli impianti nucleari e si vedono il processo rinviato all’infinito.
«Al momento del mio insediamento, poco più di due anni fa, la fine delle attività di decommissioning era prevista per il 2019, data completamente inverosimile», racconta a l’Espresso il sindaco di Trino Vercellese, Alessandro Portinaro.  Che aggiunge come pochi mesi dopo la scadenza fosse slittata al 2024 e, infine, ora si parli del 2026-2030, data in cui Sogin prevede di arrivare al cosiddetto “brown field”, lo stadio in cui la centrale è completamente smantellata e le componenti e i rifiutinucleari e radioattivi immagazzinati in un deposito temporaneo in attesa di essere stoccati definitivamente nel deposito unico nazionale.
Portinaro riconosce al presidente della Sogin, Giuseppe Zollino, e ai suoi collaboratori di aver «detto, in modo chiaro e trasparente, che il brown field sarà verosimilmente raggiunto tra il 2026 e il 2030», registra la «buona volontà e la professionalità di alcune persone dentro Sogin, ma non basta. Serve una programmazione chiara, servono date certe, interlocutori affidabili, piena trasparenza e informazioni puntuali. Non mi pare che questa sia la situazione oggi». E infine Portinaro pone una domanda che va al cuore della sostanza: «che senso ha oggi l’autorizzazione per costruire depositi temporanei a Trino che saranno pronti praticamente quando dovrà già essere in funzione il deposito nazionale?».
CEMEX: TRA RITARDI CRICCHE E MISTERI
Uno dei progetti che desta maggiori preoccupazioni è il Cemex, che prevede lacostruzione di un impianto per la cementificazione dei rifiuti radioattivi liquidi stoccati a Saluggia, in Piemonte. Si tratta di un progetto delicatissimo, perché i rifiuti liquidi radioattivi sono già di per sé una tipologia di estrema delicatezza e il sito in cui si trovano presenta criticità che rendono ancora più urgente la messa in sicurezza di questi rifiuti.
Quindici anni fa, in occasione della piena del fiume Dorea Baltea, si rischiò il disastro, come denunciò pubblicamente il premio Nobel Carlo Rubbia: sarebbe bastato poco e la piena avrebbe rischiato di travolgere i serbatoi che custodiscono i rifiuti nucleari liquidi con il rischio di contaminazione del fiume e perfino del Po, di cui la Dorea Baltea è un affluente. Per metterli in sicurezza, occorre costruire l’impianto Cemex, che permette di cementificare i rifiuti liquidi radioattivi. Ma la gara di appalto per la realizzazione di questa struttura è costellata di stranezze e misteri. Vinta da Ansaldo Nucleare,sostanzialmente l’unica azienda italiana qualificata per lavorare sugli impianti nucleari, fu annullata in autotutela dalla Sogin nel 2011 per motivi non chiari, finché il 21 dicembre 2012 – sette mesi dopo la gambizzazione dell’amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare, Roberto Adinolfi, a Genova – l’appalto andò al raggruppamento di imprese Saipem e Maltauro per 98 milioni di euro (rispetto agli oltre 135 milioni stimati): da notare che né Saipem né Maltauro avevano esperienza nel settore nucleare.
E’ proprio questa gara ad essere finita nelle indagini della procura di Milano sulla cricca dell’Expo. Secondo l’accusa, Sergio Cattozzo, Gianstefano Frigerio, Luigi Grillo, Primo Greganti ed Enrico Maltauro in concorso tra loro e con i due manager Giuseppe Nucci e Alberto Alatri, rispettivamente ex amministratore delegato ed ex responsabile del settore Amministrazione e Finanze della Sogin, «turbavano le procedure di gara».
Oggi il progetto Cemex accusa ritardi gravi. Quantopossa essere difficile la situazione è testimoniato dall’audizione dell’attuale amministratore delegato Riccardo Casale in Commissione Industria, dove il manager ha ammesso che «le difficoltà che Saipem sta trovando, le sta trovando nel suo rapporto con Areva», ovvero «detto in modo estremamente chiaro, da Saipem ci arriva il segnale che Areva è poco collaborativa». In altre parole, un impianto come Cemex, delicatissimo anche per le sue implicazioni per la sicurezza nazionale, non solo ha avuto una gara travagliata ed è finito in indagini come quelle sulla cricca, ma è attualmente nelle mani di un consorzio in cui l’unica impresa con solida esperienza nel settore nucleare, il gigante dell’atomo francese Areva, che supporta il lavoro Saipem-Maltauro, non sarebbe “collaborativa”.
Da notare che nella richiesta di rinvio a giudizio per i fatti dell’Expo, si cita un incontro tra Gianstefano Frigerio e l’attuale amministratore delegato della Sogin, Riccardo Casale, presso l’hotelBaglioni, a Roma: oltre che l’ex, Giuseppe Nucci, la cricca cercò di avvicinare anche l’attuale ad?
L’INCOGNITA DEPOSITO NAZIONALE
Che i nostri rifiuti nucleari vadano messi in sicurezza è un dato di fatto: un deposito va costruito, il problema è quale il sia il deposito giusto. Interpellata da l’Espresso, Sogin ha fatto sapere che «il Deposito Nazionale sarà un’infrastruttura ambientale di superficie», che «accoglierà definitivamente 75mila metri cubi di rifiuti a bassa e media attività. Di questi, il 60% proviene dallo smantellamento degli impianti nucleari e il restante 40% dalle attività di medicina nucleare, industriali e di ricerca che continueranno a produrre i rifiuti anche dopo l’entrata in esercizio del Deposito». La società precisa che per realizzarlo «è previsto un investimento complessivo di circa 1,5 miliardi di euro» e «se i tempi di legge saranno rispettati, la costruzione inizierà nel 2019 e sarà pronta per la fine del 2024. Avrà un esercizio di40 anni, fino al 2065, quando sarà chiuso e inizierà il suo esercizio istituzionale di circa 300 anni».
Se dunque tutto fila liscio e le scadenze vengono rispettate con rigore assoluto – e purtroppo, vista la storia Sogin, il rischio ritardo è molto concreto - il deposito sarà pronto nel 2024. A partire dal 2019, però, secondo quanto dichiarato da Sogin stessa al Senato   inizierà a rientrare il combustibile inviato in Inghilterra per la messa in sicurezza attraverso la tecnica del “riprocessamento” e a partire dal 2020 fino al 2025 inizierà a rientrare quello inviato in Francia per la stessa ragione. Poiché il deposito non sarà pronto, dove verrà stoccato questo materiale? Perché una cosa è chiara: Francia e Inghilterra ce lo rispediranno indietro, non si faranno carico di questi nostri rifiuti. Far riprocessare questo combustibile in Francia e in Inghilterra ha comportato un notevole esborso di denaro pubblico: nel 2013 abbiamo speso oltre 182 milioni di euro, nel 201242 milioni e nel 2011 74 milioni, secondo i dati forniti da Sogin a l’Espresso.
Ma pur spendendo tutti questi denari per il combustibile, l’Italia non ha certezze sul futuro definitivo di questo materiale. Di certo, si sa solo che il deposito nazionale non sarà la soluzione per questo tipo di rifiuti, perché sono ad alta attività e dunque non possono essere stivati per sempre in un deposito di superficie come quello che Sogin pianifica di costruire. Dove finiranno allora e quante risorse ancora ci assorbiranno? Se il combustibile rimarrà temporaneamente “parcheggiato” in Francia e in Inghilterra, a che prezzo francesi e inglesi ce lo terranno e per quanti anni? Se invece tornerà in Italia appena pronto il deposito unico nazionale e verrà stivato solo temporaneamente in apposite strutture – soluzione tecnicamente possibile - per quanti anni rimarrà lì in attesa di soluzione definitiva? E’ chiaro che le popolazioni locali dovranno avere risposte certe. Non basta rassicurare che ilmateriale resterà lì “solo temporaneamente”, quando quell’avverbio può voler dire quaranta anni e anche più. Una delle opzioni valutate da Sogin è quella di stivarlo temporaneamente in una struttura che già esiste: il deposito Avogadro, in Piemonte, che è di proprietà della “Deposito Avogadro srl” del gruppo Fiat. Ma anche in questo caso: quanto costerà?
A tutti questi interrogativi, a cui, oggi, nessuno ha risposte certe, si aggiunge l’incognita “Elk River”: il combustibile custodito nell’impianto della Trisaia in Basilicata e che è frutto di un programma sperimentale (il cosiddetto ciclo uranio-torio) portato avanti negli anni ’50 da Stati Uniti e Italia e poi abbandonato. Per questo materiale non si possono adottare le tecniche di messa in sicurezza e smaltimento usate per il resto, proprio perché è speciale.
In un incontro pubblico tenuto pochi giorni fa in Basilicata, i dirigenti Sogin non hanno escluso che le barre di Elk River custodite nell’impianto della Trisaia,possanotornare negli Stati Uniti. Dalle informazioni in possesso dell’Espresso, però, non c’è alcuna possibilità realistica che il combustibile di Elk River sia preso in custodia dagli Stati Uniti: il governo italiano ha provato per anni e in ogni modo possibile a trovare un accordo, anche facendosi carico di tutti gli oneri economici, ma neppure Gianni Letta, che vanta ottimi rapporti con gli Usa, è riuscito a venire a capo della trattativa, come dimostrano i cablo segreti della diplomazia americana pubblicati da WikiLeaks ( disponibili qui in inglese ).
Interpellato dal nostro giornale sulla questione Elk River, il Department of Energy di Washington ci ha fatto rispondere dall’Agenzia che segue questo tipo di problematiche: la National Nuclear Security Administration (Nnsa): «Il Department of Energy non ha cambiato idea sul combustibile di Elk River», dichiara a l’Espresso Anne Harrigton, viceresponsabile del settore Difesa e non proliferazione nucleare della Nnsa, che precisa:«Il Department of Energy ha acconsentito a lavorare con gli italiani per condurre una valutazione tecnica di tutte le opzioni disponibili per il materiale Elk River. Sulla base di questa analisi tecnica, poi, il governo può decidere quale sia la migliore scelta». Come dire: vi aiutiamo a valutare, ma non abbiamo cambiato idea.
In attesa che l’ora X scocchi, Sogin ha distribuito consulenze per il deposito e per la comunicazione legata alla messa in sicurezza dei rifiuti: nel 2014, 145mila euro sono andati alla Fondazione Sviluppo Sostenibile di Edo Ronchi e 24mila a “Incontra srl” di Enrico Cisnetto, fondatore di “Cortina Incontra”. Nel 2013, invece, una consulenza sul deposito da 95mila euro è andata a Silvio Cao, classe 1931, un uomo che del nucleare italiano conosce anche le pieghe non del tutto chiare e sicuramente controverse, come la cooperazione con l’Iraq di Saddam. A ottantaquattro anni, uno come lui ne avrebbe di cose da raccontare.Stefania Maurizi,l’espresso









   
 



 
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