I conti neri della Svizzera. Ecco chi c’è nella lista Falciani
 











SwissLeaks, il libro nero dei conti svizzeri Ecco chi sono gli italiani della lista Falciani 
Eccoli, gli italiani della lista Falciani. Eccolo, l’elenco segreto dei clienti della banca Hsbc di Ginevra che da almeno cinque anni rimbalza tra procure della repubblica, Guardia di finanza e servizi segreti. Tra i nomi più conosciuti troviamo il presidente di Telecom Italia, Giuseppe Recchi, e l’amministratore delegato di Benetton, Eugenio Marco Airoldi. Il sondaggista Renato Mannheimer e l’imprenditore Giulio Malgara. L’ex rettore dell’università Bocconi, Luigi Guatri, e Giancarlo Giammetti, da decenni stretto collaboratore dello stilista Valentino Garavani, anche lui, come già emerso nei giorni scorsi, presente nella lista. La somma record, 606 milioni di dollari (540 milioni di euro), viene però associata agli eredi di Bruno De Mico, il costruttore, morto nel 2010, che negli anni Ottanta fu al centro di uno dei più clamorosi scandali, dell’erapre Tangentopoli.
In tempi e circostanze diverse, tutti i personaggi menzionati nell’elenco sono approdati in Svizzera, alla filiale di Ginevra della grande banca britannica Hsbc. Un’inchiesta dell’International Consortium of investigative journalists (Icij), a cui “l’Espresso” ha collaborato in esclusiva per l’Italia, è ora in grado di rivelare nel dettagli i contenuti di questo colossale database. Sono oltre 100 mila i clienti provenienti da 200 Paesi diversi che compaiono nei file dell’istituto elvetico. E il made in Italy, con 7.499 nomi, è ampiamente rappresentato. Si va dai vip già emersi nel giorni scorsi come il pilota Valentino Rossi e Flavio Briatore (residente all’estero) fino a decine di imprenditori, commercianti, professionisti, artigiani sconosciuti alle cronache. La lista fotografa una situazione che risale al 2007. L’anno successivo, il consulente informatico Hervé Falciani riuscì a sottrarre i dati alla banca per cui lavorava, mettendoli a disposizione dellamagistratura francese.
I POLITICI
Sono due i parlamentari citati nella lista Falciani. Uno è Giorgio Stracquadanio, radicale passato a Forza Italia, molto legato a Marcello Dell’Utri. Stracquadanio è morto nel gennaio 2014, ma dai documenti bancari risulta che nel 2007 il suo conto alla Hsbc di Ginevra aveva una disponibilità di 10,7 milioni di dollari. «Non ho alcun commento da fare», ha dichiarato la sorella di Giorgio, Tiziana Stracquadanio, a cui era cointestato il conto insieme al padre Raffaele.
Il parlamentare del Pd Giuseppe “Pippo” Civati, già candidato alla segreteria del partito, viene invece collegato a un deposito con soli 6.589 dollari di cui è titolare suo padre Roberto, classe 1943, in passato amministratore di aziende importanti come la Redaelli Tecna di Milano. «Non ho mai avuto accesso a quel conto, di cui non sapevo proprio niente», ha dichiarato Civati a “l’Espresso”. «Solo ora mio padre mi ha spiegato », ha aggiunto, «di averlo apertoquando era amministratore e azionista della Redaelli, che aveva fabbriche anche all’estero. C’erano soldi della Redfin, la finanziaria del gruppo, regolarmente dichiarati nei bilanci». Gli atti di Falciani documentano che Civati, così come sua madre, è stato inserito nelle carte della banca nel novembre 2000, quando aveva 25 anni: l’unica operazione registrata a suo nome coincide con la procura rilasciatagli dal padre. «Nel 2011 la Finanza ha sottoposto mio padre a una verifica a cui non è seguita alcuna contestazione», precisa Civati che ha anche spiegato che il deposito, come risulta dall’estratto conto, «si è estinto nel 2011 per effetto delle spese bancarie, senza che dal 1998 sia mai stato effettuato alcun versamento o prelievo».
GLI SCUDATI
Secondo i dati delle Fiamme Gialle sono stati ben 1.264 gli italiani della lista Falciani che sono riusciti a mettersi in regola grazie allo scudo fiscale, il condono varato per l’ultima volta nel 2009 dal governoBerlusconi. A conti fatti, si scopre così che le indagini hanno portato alla denuncia alla magistratura di soli 190 presunti evasori. È la conferma che il meccanismo legale ideato dall’ex ministro Giulio Tremonti per consentire il rimpatrio dei capitali esportati illegalmente all’estero si è trasformato in un salvacondotto di massa. In effetti, molti dei clienti della Hsbc interpellati da “l’Espresso” hanno precisato di aver sfruttato lo scudo fiscale per riportare in Italia i loro soldi.
È questa, per esempio, la spiegazione fornita dall’ex rettore della Bocconi Guatri che, interpellato per questo articolo, ha detto di «non ricordare» questo conto all’Hsbc, ma di «aver comunque aderito allo scudo fiscale alcuni anni fa». Il finanziere Luigi Maria Clementi, presidente del gruppo turistico I Grandi Viaggi (quotato in Borsa), ha invece rimpatriato 134 milioni di dollari nel 2009, con l’ultimo dei tre condoni. L’elenco dei salvati dallo scudo comprende lo stilista Roberto Cavalli, conun deposito di 1,7 milioni di dollari. Cavalli ha dichiarato tramite portavoce di aver regolarizzato la sua posizione. Lo scudo ha dato una mano anche all’avvocato d’affari Alberto Ledda che compare nella lista Falciani (con 402 mila dollari) al pari del brianzolo Enrico Ferrari (4,1 milioni), già direttore dell’Autodromo di Monza, sotto processo per presunti reati legati al gestione della pista, dei due fratelli Claudio e Alberto Pederzani (10,3 milioni), gioiellieri con vetrina in via Monte Napoleone e di Manuela Ronchi (72 mila euro), ex manager del ciclista Marco Pantani.
«TUTTO IN REGOLA»
Il tesoro dei settemila italiani vale 6,8 miliardi di euro, ma almeno la metà dei conti risultavano vuoti alla fine del 2007, perché chiusi oppure svuotati. I nomi della lista sono ordinati per data di nascita, professione e città di residenza, in qualche caso viene indicata la società, quasi sempre registrata in un paradiso fiscale, a cui è stato intestato il deposito.Tutto questo non basta, ovviamente, per qualificare come evasori fiscali i clienti della Hsbc di Ginevra. Trasferire denaro in una banca svizzera non è di per sé un reato, se le disponibilità all’estero vengono segnalate nella dichiarazione dei redditi.
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Recchi, il presidente di Telecom, fa per esempio sapere che il suo conto, chiuso nel 2004, rappresenta un investimento personale regolarmente denunciato. Stesso discorso per il numero uno di Benetton, Airoldi: «Sono investimenti effettuati tramite fiduciaria, legittimamente detenuti e regolarmente dichiarati in Italia», ha spiegato il manager a “l’Espresso”. Edoarda Vesel Crociani, proprietaria del gruppo Vitrociset, che produce radar e sistemi elettronici, risulta invece intestataria insieme a due famigliari di un conto su cui a fine 2007 erano depositati poco più di 15 milioni. Edoarda Vesel è la vedova di Camillo Cruciani, il managerdi Stato, morto nel 1980, coinvolto nello scandalo Lockheed. Il suo legale ha spiegato che «la signora Vesel Crociani ha definitivamente lasciato l’Italia dal 1976, per trasferirsi con la propria famiglia prima in Messico, poi negli Stati Uniti e dal 1980 a Montecarlo, dove ha acquisito la nazionalità monegasca», per cui «non ha alcun obbligo di dichiarare alle autorità italiane il proprio conto, sul quale non sono mai confluiti redditi provenienti dall’Italia».
Residente all’estero da molti anni, per la precisione 18, è anche Davide Serra, il finanziere con base a Londra salito alla ribalta come sponsor e sostenitore del premier Matteo Renzi. Tramite un portavoce, Serra ha confermato di essere titolare di un conto all’Hsbc di Ginevra «in totale trasparenza e in accordo con il sistema fiscale inglese». Salvatore Mancuso, già vicepresidente di Alitalia e consigliere dell’Enel, paga le tasse in Italia ma a Lugano si trova la sede operativa del fondo d’investimento Equinox, di cui èfondatore e gestore. Il suo conto alla Hsbc di Ginevra (1,5 milioni nel 2007), fa sapere Mancuso, è quindi collegato alle sue attività in Svizzera.
SMEMORATI
«Francamente non ricordo di avere mai avuto un conto alla Hsbc di Ginevra», dice Luigi Zunino, l’uomo d’affari costretto quattro anni fa a cedere alle banche creditrici il controllo del suo gruppo immobiliare Risanamento. Zunino viene indicato nella lista Falciani come titolare di un deposito aperto nel 1998 e chiuso nel 2002.
Nell’elenco della Hsbc compare anche Renato Mannheimer, il sondaggista già coinvolto in un’inchiesta per evasione fiscale. Mannheimer però ha detto a “l’Espresso” di «non avere memoria di quel conto svizzero». Anche Franco Gussalli Beretta, 50 anni, dirigente e azionista della grande fabbrica d’armi bresciana, ha un conto con 4 milioni e 136 mila dollari. Sull’argomento però Beretta non ha nulla da dire, salvo precisare che «la complessità della mia posizione fiscale e patrimonialerichiede il supporto di consulenti che gestiscono e tutelano i miei interessi nel rispetto delle normative italiane ed internazionali».
QUESTIONI DI FAMIGLIA
Manfredi Catella, l’immobiliarista di Hines Italia, a fine 2007 aveva 922 mila dollari alla Hsbc di Ginevra. A “l’Espresso” dichiara che «si trattava di un lascito ereditario su cui ho pagato le tasse in Italia: sono residente a Milano e non ho mai avuto bisogno di fare lo scudo».
I legami famigliari sarebbero all’origine anche di un conto che nella lista Falciani viene attribuito a Maurizio Barracco, manager di lungo corso che ora siede alla presidenza del Banco di Napoli, gruppo Intesa. Il deposito risulta intestato al Carrobio Trust, aperto – spiega Barracco – negli anni Novanta «per motivi successori ma chiuso nel 2004 senza che abbia effettuato alcuna transazione». Luigi Luini, conosciuto a Milano come il “re dei panzerotti” nel 2007 aveva un conto da circa 250 mila dollari all’Hsbc.«Era un conto difamiglia, chiuso da anni, su cui l’Agenzia delle Entrate non ha formulato rilievi», spiega Luini.
NIENTE DA DICHIARARE
«Non ho nulla da dire», questa la dichiarazione di Ludina Barzini, giornalista e scrittrice, interpellata da “l’Espresso”. Secondo i file, Barzini a fine 2007 poteva disporre di oltre 7 milioni di dollari sul suo conto all’Hsbc. Stefania Sandrelli, che già nel 2011 venne accostata alla lista Falciani, compare nei documenti con un deposito di circa 425 mila dollari. Anche questa volta però, come 4 anni fa, l’attrice ha rispettato la consegna del silenzio. Le richieste di chiarimenti sono state respinte anche da altri clienti noti alle cronache come la figlia di Raul Gardini, Eleonora, a cui è associato un deposito di 722 mila dollari.
La cantante Ornella Vanoni, pure lei in lista, ha rimandato al mittente le richieste di chiarimenti. Niente da dichiarare neppure da parte di Giulio Burchi, un manager che ha ricoperto diversi incarichi privati epubblici, tra i quali, da ultimo, quello di consigliere della nuova autostrada Milano-Brescia. Burchi risulta titolare di un conto da circa 180 mila dollari. Marina Nissim, vicepresidente e azionista del Bolton group, quello del tonno Riomare e del Borotalco, compare nella lista come titolare di un conto con oltre 3 milioni di dollari. Un conto numerato identificato come “5529 BIG” a cui aveva accesso anche il fratello Gabriele e come procuratore l’inglese Freddy Roland Martell. Le richieste di informazioni inviate via mail all’indirizzo della manager milanese sono rimaste senza risposta.
Anche Abramo e Raffaele Galante hanno preferito non commentare. Secondo i documenti ai due fratelli che controllano Digital Bros, azienda di videogiochi quotata in Borsa, sarebbero riferibili due conti per un totale di 650 mila dollari. Nessuna riposta neppure dall’imprenditore Adolfo Savini, fondatore del gruppo Olidata. Savini risulta associato a un conto con 18,5 milioni didollari.
IMPUTATI & CONDANNATI
Nella lista Falciani spuntano alcuni protagonisti del processo Mediaset. Daniele Lorenzano, ex dirigente Fininvest, si è visto infliggere tre anni e otto mesi per frode fiscale nel processo chiuso nel 2013 con la condanna di Silvio Berlusconi. Lorenzano è indicato dalla Hsbc come titolare di sette conti svizzeri: tra il 2006 e il 2007, quando era già in corso l’inchiesta milanese, aveva ancora un milione e 239 mila dollari, poi scesi a 830 mila. Le sentenze del caso Mediaset gli attribuiscono un ruolo fondamentale nella frode fiscale, ricompensato da Berlusconi con oltre 12 milioni di dollari nascosti all’estero. Lorenzano ha fatto sapere a “l’Espresso” che «vive fuori dall’Italia dal 1992 ed è iscritto all’anagrafe dei residenti all’estero (Aire)», per cui «non è soggetto al fisco italiano e non ha mai dovuto fare condoni».
Il conto alla Hsbc è invece costato un guaio fiscale all’imprenditore Giorgio Dal Negro, assolto nelprocesso Mediaset per mancanza di dolo: ha diviso soldi in nero con Lorenzano, spiegano le sentenze, ma poteva non sapere che erano frutto delle frodi fiscali organizzate dall’amico con Berlusconi. Anche nel suo caso, i conti esteri scoperti con le indagini penali erano inutilizzabili dal fisco. Il problema si è riaperto con la lista Falciani, che gli attribuisce un conto svizzero da oltre 12 milioni. «Dal Negro ha regolarizzato la sua posizione», chiarisce il suo difensore, Nadia Alecci, «versando a rate l’intero importo che gli è stato contestato dalla Finanza».Paolo Biondani, Alfredo Faieta, Vittorio Malagutti, Gloria Riva e Leo Sisti,l’espresso                                    
È il più grande atto d’accusa contro i metodi delle banche svizzere, che hanno permesso di riciclare i tesori di politici,sovrani, evasori, mediatori di tangenti, trafficanti di armi e di diamanti di tutto il mondo. Dopo anni di voci confuse, superficiali, frammentarie, mai accertate, ecco la “lista Falciani”, l’elenco completo dei centomila clienti che hanno depositato cento miliardi di dollari nei forzieri della Hsbc, uno degli istituti più grandi del pianeta.
Tra una marea di imprenditori e uomini d’affari spuntano nomi notissimi: dalla top model australiana Elle MacPherson agli attori Christian Slater e Joan Collins; dal re di Giordania Abdullah II al monarca del Marocco Mohammed VI; dal nobile arabo Bandar Bin Sultan al principe del Bahrain Salman bin Hamad al Khalifa; dai piloti di Formula Uno Fernando Alonso e Heikki Kovalainen al calciatore Diego Forlan, attaccante dell’Inter nel 2011-12; dalla designer Diane Halfin von Furstenberg al cantante Phil Collins.
I file comprendono anche più di 7 mila cittadini italiani, che nel 2007 custodivano circa sei miliardi e mezzo di euro nelle casse dellaHsbc Private Bank: fondi in parte leciti, in parte sottratti al Fisco. Spiccano tra loro lo stilista-imprenditore Valentino Garavani, il finanziere Flavio Briatore e l’asso delle moto Valentino Rossi.
LA DENUNCIA
L’operazione “Swissleaks” porta la firma del network di Washington International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). È lo stesso team di giornalismo investigativo che due mesi fa ha diffuso i dati sulle multinazionali di stanza in Lussemburgo per ottenere un fisco leggero, uno scoop che ha aperto il dibattito sulle leggi tributarie europee e messo alla berlina il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, ex premier del principato.
Questa volta si tratta invece dei documenti raccolti da Hervé Falciani, un funzionario italo-francese di Hsbc. Nel 2008 la banca svizzera lo ha denunciato per avere sottratto le informazioni, ma il suo arresto in Costa Azzurra su richiesta delle autorità svizzere si è trasformato in un clamorosoautogol: Falciani ha collaborato con i magistrati francesi e consegnato gli elenchi dei correntisti. Che adesso Le Monde ha fornito al network investigativo. Materiale esplosivo, analizzato a fondo per otto mesi dai reporter di ICIJ, guidati dal direttore Gerald Ryle e dalla sua vice Marina Walker Guevara, con l’aiuto di una squadra di esperti in “data journalism”, Mar Cabra e Rigoberto Carvajal.
Il risultato è un dossier su oltre 100 mila clienti di più di 200 paesi con 81mila conti censiti dall’Iban tra il 1998 e il 2007. Per portare avanti le verifiche sui nomi, la rete americana ha coinvolto più di 140 giornalisti di 45 paesi, in totale 45 testate: tra queste, oltre a Le Monde, anche Guardian, Bbc, Suddeutsche Zeitung e, per l’Italia, “l’Espresso”.
L’ORO DEI DITTATORI
L’esame dei conti mostra come all’ombra dell’anonimato garantito per decenni da Hsbc, politici inglesi, russi, ucraini, indiani, tunisini o egiziani hanno curato affari d’ogni genere. Ci sononumerosi conti di Rami Makhlouf, cugino del presidente siriano Bashar al Assad considerato la mente finanziaria del regime di Damasco: un uomo accusato di gestire più della metà dell’economia del paese e ora incriminato dagli Stati Uniti. Rachid Mohamed Rachid, ministro egiziano del Commercio con l’estero, scappato dal Cairo durante la rivolta contro Mubarak, aveva una procura su un conto del valore 31 milioni di dollari: non a caso è stato condannato in contumacia per aver dilapidato fondi pubblici. Ad Haiti operava Frantz Merceron, ora deceduto, ritenuto l’uomo delle tangenti per conto dell’ex presidente Jean Claude “Baby Doc” Duvalier: Merceron fino alla morte poteva accedere a un conto intestato alla moglie con un milione e 300 mila dollari.
Frequentavano quella filiale di Ginevra anche personaggi colpiti dalle sanzioni americane per i rapporti con le dittature. Come ad esempio, Selim Alguadis, uomo d’affari turco, sospettato di aver fornito alla Libia di Gheddafi componentidual use suscettibili di essere impiegate per un progetto di armi nucleari. O come Gennady Timchenko, miliardario e amico intimo dal presidente russo Vladimir Putin, finito nel mirino degli Stati Uniti dopo la crisi ucraina. E c’è un deposito perfino riconducibile a Li Xiaolin, figlia dell’ex primo ministro cinese Li Peng, protagonista della repressione di piazza Tienammen. Ma ci sono anche i conti di numerosi imprenditori che hanno finanziato la fondazione di Bill Clinton, l’ex candidato repubblicano alla presidenza statunitense Mitt Romney e le conferenze dell’ex sindaco di New York Rudolf Giuliani.
CACCIA ALL’EVASIONE
Nel 2010 il governo francese ha distribuito la lista Falciani ad altri paesi, perché verificassero le posizioni dei loro cittadini. Le autorità inglesi hanno scoperto che 3.600 nomi, su 5 mila, non erano in regola, riuscendo così a recuperare 135 milioni di euro di imposte arretrate. In Spagna si è raccolto ben di più, 220 milioni, un recordrispetto anche ai 188 milioni recuperati da Parigi. In Italia molti personaggi sono stati indagati per frode fiscale da diverse procure ma sulla possibilità di usare i dati nelle dispute fiscali sono stati aperti numerosi ricorsi. In Grecia invece si è arrivati al paradosso: la documentazione è rimasta nei cassetti fino a quando nel 2012, nel pieno della crisi, la rivista Hot.Doc ha pubblicato i nomi di duemila evasori fiscali. Ma in carcere, invece dei fuorilegge, c’è andato il suo direttore Kostas Vaxevanis.
In sé non è un crimine detenere denaro o holding in Svizzera: bisogna però rendere tutto noto alle autorità fiscali nazionali. Molti dei vip inclusi negli elenchi sostengono di essere a posto con i regolamenti. Come la rockstar Tina Turner, l’attore John Malkovich o il campione di Formula Uno Michael Schumacher. Lo stilista e imprenditore Valentino Garavani nel 2000 diventa cliente della HSBC Private Bank.
Stando ai dati messi insieme dai reporter di Icij nel 2006/2007dispone di ben 108,3 milioni di dollari, nascosti nel conto numerato “3326 CR”. Ma chi ne è il proprietario? Ufficialmente Valentino risulterebbe solo “attorney A”, cioè procuratore, insieme a un altro “attorney B”, Marc Bonnant, di Ginevra, famoso legale, tra i tanti, di Licio Gelli e del finanziere Florio Fiorini. Invece, come emerge da un’altra scheda, è proprio il fashion designer il “beneficial owner” di quel “3326 CR”, intestatario di nove conti IBAN. Il deposito, collegato alla “Piles Finance Ltd”, con sede a Tortola nelle British Virgin Islands, ha un “supervisore”, Ronald Feijen, avvocato olandese conosciuto da Valentino durante il negoziato con la Hdp, e da allora diventato suo professionista di fiducia a Londra. Sempre dai file della HSBC si apprende che esistono altre due società, sorte nel 2001 e chiuse nel 2004: Dibag Fashion Development NV-Rub GG e Dibag Fashion Development NV-Rub VG. Di tutte due sono titolari sia Valentino sia Giancarlo Giammetti, amico e socio di unavita. Ma nel 2006/2007 tutto quello che c’è dentro è stato distribuito a loro due.
Proprio nello stesso periodo, la posizione fiscale dello stilista è stata al centro di una disputa con l’Agenzia delle Entrate. Oggetto della contesa la residenza e quindi il regime di tassazione. Valentino ha sostenuto di essere residente a Londra dal 1998 anno in cui vende le sue società alla Hdp di Maurizio Romiti (che nel 2002 cederà tutto alla Marzotto). Gli ispettori fiscali invece sulla base delle indagini ribattono che si trovava a Roma. Infatti, in Gran Bretagna il grande sarto avrebbe solo lo status di “resident not domiciled”, la formula di chi, pur avendo acquisito la residenza sul Tamigi, non manifesta la volontà di restare lì per sempre. Conseguenza: gli sono state contestate, ai fini dell’imposizione fiscale, le annualità dal 2000 al 2006. Ne è nata una trattativa, poi risolta con un atto di pacificazione. Valentino ha versato una somma, mai dichiarata ufficialmente ma nell’ordine diqualche milione di euro, per il periodo 2000-2004. E così ha chiuso ogni pendenza con le nostre autorità tributarie.
Anche Valentino Rossi ha avuto i suoi guai con l’erario, che si intrecciano con le vicende della banca elvetica. I sospetti sulla sua residenza londinese hanno provocato un procedimento per evasione, aperto nel 2008 e concluso con un accordo. Alla Hsbc il “Dottore” ha accantonato le sue risorse nel 2003 dietro il conto numerato “Kikiki 62”: 23,9 milioni di dollari. Intervistato da ICIJ, l’avvocato Claudio Sanchioni ha precisato che, sborsando 30 milioni di euro il suo assistito ha definito ogni controversia su conti esteri. Nelle note compilate dai funzionari di Ginevra su Valentino si viene a conoscenza delle sue tendenze finanziarie. Graziano Rossi, il padre, che è anche procuratore di “Kikiki 62”, attesta che il figlio ha una “preferenza per investimenti conservativi”. Tanto spericolato in pista, quanto prudente sulla gestione dei proprisoldi.
L’ELVETICO FLAVIO
Per la Hsbc Flavio Briatore, da anni residente all’estero, è un cliente dominato da un grande attivismo. A lui fanno capo nove conti ed è “beneficial owner” di sei di questi, dove nel 2006/2007 "alloggiano" 73 milioni di dollari: Benton Investments Inc., Pinehurst Properties, “27361” (liquidato nel 2005), Adderley Trading Ltd (chiuso nel 2004), Formula FB Business Ltd e GP2 Ltd. Anche l’avvocato di Briatore, Pilippe Ouakra, è stato sentito da ICIJ e commenta: «Il signor Briatore è in grado di confermare che lui e alcune compagnie del suo gruppo - alcune di queste erano operative dalla Svizzera - hanno avuto conti bancari in Svizzera, in un modo perfettamente legale, in conformità con qualunque legge fiscale applicabile».
CAPITALI INSANGUINATI
I documenti della HSBC raccontano anche altre vicende. Tra i clienti dell’istituto di Ginevra ci sono almeno duemila commercianti di diamanti. A volte li chiamano diamantiinsanguinati perché vengono usati per finanziare delle guerre, come è accaduto in Angola, Costa d’Avorio, Sierra Leone. Michael Gibb, che si occupa di diritti internazionali dell’uomo per Global Witness, ne è certo: «I diamanti sono legati a conflitti e violenze. La facilità con cui possono essere convertiti in strumenti di guerra è sorprendente».
I funzionari della banca svizzera, ad esempio, sapevano che un certo Emmanuel Shallop, successivamente condannato per questi traffici, era sotto indagine in Belgio. Nel file del deposito infatti annotano: «Abbiamo aperto un conto per lui basato a Dubai… Il cliente è molto cauto attualmente perché sente la pressione delle autorità belghe, che lo tengono d’occhio per le sue attività nelle frodi fiscali sui diamanti». Contattato per chiarire l’avvocato di Shallop è stato tranchant: «Noi non intendiamo spiegare nulla. Il mio assistito non vuole vedere il suo nome citato in qualunque articolo per una ragione di privacy». Ma tra i clienti cisono pure personaggi che hanno maneggiato tangenti per favorire vendite di armi in Africa, rifornendo gli arsenali dei massacri in Liberia, e altri che si sono prodigati per piazzare ordigni sofisticati in diverse nazioni, dalla Tanzania a Taiwan. Ci sono addirittura i nomi degli esponenti di una ong saudita che è stata accusata di finanziare Al Qaeda.
LA POSIZIONE DELLA BANCA
I vertici di Hsbc hanno inizialmente intimato al network giornalistico di distruggere tutti i dati. Poi, di fronte agli elementi scoperti dai cronisti, hanno assunto una posizione diversa. Con una dichiarazione scritta l’istituto ha riconosciuto che «la cultura e gli standard dei controlli erano molto più bassi di quanto avviene oggi. La banca ha intrapreso passi significativi per aumentare le verifiche e respingere i clienti che non rispettano i nuovi parametri, inclusi coloro che davano elementi di preoccupazione sul fronte fiscale. Come risultato di questa linea, la base dei clienti dal2007 si è ridotta di quasi il 70 per cento».
Resta però il problema della finanza oscura. «L’industria offshore è la maggiore minaccia per le nostre istituzioni democratiche e per le basi del nostro contratto sociale», ha dichiarato a Icij l’ecomista Thomas Piketty: «L’opacità finanziaria è uno degli elementi chiave delle diseguaglianze. Permette a una larga parte di quelli che guadagnano di più di pagare tasse insignificanti, mentre il resto di noi deve versare tributi pesanti per sostenere i servizi pubblici indispensabili per lo sviluppo». Gianluca Di Feo e LeoSisti,l’espresso                                                                              Lista Falciani, il flop delle verifiche
Ci sono numeri che non tornano. E la dimostrazione di quanto sia stata grande l’opportunità offerta agli evasori dai condoni della stagione berlusconiana. Tra le migliaia di nomi della lista Falciani con riserve per sei miliardi e mezzo di euro, le ispezioni delle Fiamme Gialle hanno portato alla scoperta di soli 190 cittadini italiani non in regola con le tasse. Di questi ben 101 erano evasori totali: fantasmi per l’Erario, ma con il conto inSvizzera.
Visto così, è un bilancio molto magro. Le autorità inglesi infatti setacciando gli elenchi hanno trovato ben 3600 concittadini che si erano sottratti al fisco. Ma da noi c’è stata la scorciatoia offerta dal governo nel 2009: 1264 italiani con il conto alla Hsbc l’hanno sfruttata per riportare a casa il loro tesoro. E che tesori: si tratta infatti di un miliardo e 669 milioni di euro. Insomma, una grande occasione per sfuggire alla tempesta perfetta che le rivelazioni di Hervé Falciani stavano scatenando sull’istituto elvetico.
I controlli della Guardia di Finanza hanno riguardato tutta Italia. I militari hanno fatto 3276 verifiche, ma solo il 40 per cento delle posizioni esaminate sono emerse irregolari. E di queste, la gran parte avevano chiuso i contenziosi proteggendosi con lo scudo tremontiano.
Alla fine degli accertamenti sono stati scoperti redditi non dichiarati per 741 milioni di euro. L’Agenzia delle Entrate sta rendendo esecutive le contestazioni. Almomento, il 75 per cento è stato già esaminato, rilevando una maggiore base imponibile di 319 milioni: soldi che avrebbero dovuto comparire nelle denunce dei redditi e invece sono finiti nei forzieri elvetici.
Ma l’esame della campagna di verifiche lascia alcune questioni aperte. La lista consegnata alle Fiamme Gialle contiene 5439 nomi di cittadini italiani mentre quella elaborata dal network di giornalismo investigativo Icij, che l’Espresso ha esaminato in esclusiva per l’Italia , ne conta 7463. Una differenza non secondaria: quasi duemila persone con i relativi tesoretti.
Inoltre, le analisi della polizia tributaria si sono concentrate sui documenti dei depositi in cui erano registrate movimentazioni. Mentre nei files rivelati da Falciani ci sono tracce di tanti altri forzieri, che erano stati svuotati prima del 2007 ma che in passato possono essere serviti per business d’ogni genere. Destinati a restare nel mistero. Gianluca Di Feo,l’espresso

L’Espresso” nel numero in edicola venerdì 13 febbraio pubblicherà un’inchiesta su tutti i nostri connazionali presenti negli elenchi.









   
 



 
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